SESTIER DE

S. CROSE

ciexa de San Stae

CONTRADA

S. STAE

 

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Cenni storici:

Dalle origini alquanto incerte, la Cronaca Savina fa risalire la fondazione della chiesa al 966, sebbene a questo riguardo non esista riscontro in altre fonti storiche.

Il grande incendio del 1105, ad esempio, che pare abbia distrutto o comunque assai gravemente danneggiato larghissime porzioni di Venezia, risparmiò la chiesa di Sant’Eustachio, divenuta nella versione dialettale veneziana San Stae, che nelle cronache non viene mai menzionata, quasi che all’epoca ancora non esistesse.

Alcuni documenti del XII secolo fanno genericamente riferimento all’esistenza in questa insula di una chiesa dedicata un volta a Sant’Isaia, un’altra volta a Santa Caterina, ma che si ritiene essere sempre quella poi dedicata definitivamente a San Stae.

La prima notizia certa si ritrova nell’atto notarile stipulato nel 1127 da tale Bonifazio da Molin, nel quale si fa esplicito cenno all’esistenza della chiesa di San Stae, dove però viene indicata a capo dell’omonima contrada, ciò che può fare lecitamente supporre la sua presenza in loco già da tempo addietro.

L’edificio originario che sorgeva in riva al Canalasso nel XII secolo mostrava le caratteristiche architettoniche tipiche del periodo veneto-bizantino, vestigia che mantenne intatte praticamente fin oltre la metà del XVII secolo. La vetustà della fondazione della chiesa viene inoltre sottolineata nel rilievo operato dal De’ Barbari nella sua veduta di Venezia del 1500, dove infatti l’orientamento dell’asse longitudinale dell’antica fabbrica è ancora quello, primordiale, che ne prevedeva la realizzazione parallelamente al canale o rio più prossimo. La facciata prospettava infatti sull’attuale salizada San Stae, mentre invece la zona absidale si specchiava direttamente sul Rio de San Stae, rivolgendo pertanto il fianco sinistro al Canalasso davanti al quale si apriva il campo San Stae.

Consunta dal tempo, giunti alla metà del XVII secolo l’antica struttura duecentesca presentava agli occhi dei contemporanei così tanti e preoccupanti segni di deterioramento, che infine si preferì abbattere completamente la vecchia fabbrica per far sorgere un nuovo edificio.

Su progetto elaborato da Giovanni Grassi nel 1678, architetto alla sua prima ed unica prova a Venezia, la ricostruzione partì rapidamente. Oltre al nuovo interno, unificato ora in una sola navata, altra scelta rilevante fu la nuova impostazione che venne data all’edificio, la cui asse longitudinale fu fatta ruotare di novanta gradi, perpendicolare al corso del Canalasso con la facciata a guardare il campo. Ciò corrispondeva pienamente alla tendenza dell’epoca che, abbandonato il vecchio modulo costruttivo (asse parallelo al rio, abside rivolta ad est, semplicità nella realizzazione), assegnava ora alla facciata un ruolo più propriamente scenografico.

Nonostante non fosse affatto fra le chiese più compromesse, la fondazione svizzera “Pro Venezia” curò il minuzioso restauro di San Stae fra il 1977 e il 1979, intendendo così onorare il ticinese Domenico Rossi, autore e vincitore del progetto per la facciata.

 

LATO A DESTRA

- prima cappella:

all'altare: tela Madonna e i Santi Lorenzo Giustiniani, Antonio da Padova e Francesco d’Assisi (secolo XVII-XVIII) di N. Bambini.

- seconda cappella:

all'altare: tela Sant’Eustachio adora il crocefisso apparsogli fra le corna di un cervo (secolo XVIII) di G. Camerata.

- terza cappella:

Altare della schola picola dei Tiraoro e Battiloro.

all'altare: tela Sant’Osvaldo in gloria (principio secolo XVIII) di A. Balestra.

al soffitto: tela Trionfo della Fede di B. Letterini.

 

ABSIDE

- presbiterio:

al soffitto: vasta tela Le virtù e due confratelli donatori (1708) di S. Ricci. Fu fatta eseguire dai confratelli della schola de devozion del Santissimo Sacramento

in alto: Il sacro calice sostenuto dagli angeli di S. Ricci.

parete a destra:

in alto: San Filippo percosso da un soldato di P. Uberti, Comunione di San Giacomo Minore di N. Bambini, Martirio di San Tommaso di G.B. Pittoni.

centrale: Caduta della Manna di G. Angeli.

in basso: Martirio di San Bartolomeo (1720) di G.B. Tiepolo, San Paolo assunto in trono di G. Lazzarini, Sant’Andrea crocifisso di G.A. Pellegrini.

parete a sinistra:

in alto: San Marco di S. Manaigo, San Taddeo di G.B. Mariotti, San Simeone di A. Trevisiani.

centrale: Sacrificio di Melchisedec di G. Angeli.

in basso: Martirio di San Giacomo Maggiore (1717) di G.B. Piazzetta, Liberazione di San Pietro (1717-1724) di S. Ricci, Martirio di San Giovanni evangelista di A. Balestra.

altar maggiore: monumentale, con ricche sculture ed elegante tabernacolo; sui plinti delle colonne rilievi allegorici e sul paliotto: Cristo deposto e angeli (secolo XVIII) di G. Torretto.

 

SACRESTIA

all’altare: tela Crocifisso e le pie donne (secolo XVII) di M. Verona.

alle pareti: tela Cristo morto (secolo XVII) di P. Vecchia; Traiano ordina a Sant’Eustachio di adorare gli idoli (secolo XVIII) di G.B. Pittoni; Traiano ordina a Sant’Eustachio di combattere di G. Menescardi.

 

LATO A SINISTRA

- terza cappella:

cappella Foscarini

all’altare: Crocifisso marmoreo (secolo XVIII) di G. Torretto.

alle pareti: quattro monumenti funebri della Famiglia Contarini con il busto di Antonio Foscarini di G. Torretti  di Lodovico Foscarini di P. Baratta, di Gerolamo Foscarini di P. Groppelli, di Antonio Foscarini di A. Tarsia.

- seconda cappella:

all’altare: tela Assunta (secolo XVIII) di F. Migliori.

- prima cappella:

all’altare: tela Santi Andrea e Caterina (secolo XVIII) di J. Amigoni.

 

AL PAVIMENTO

 

al centro della navata: lastra tombale del Dose Alvise II Mocenigo (1700-1709), vi è inciso il corno dogale e la scritta “Nome net cineres una cum vanitate sepulta”.

Portale e facciata:

Sulla semplice facciata veneto-bizantina in epoca gotica fu eretto il tradizionale portico, di cui abbiamo notizia indiretta della sua esistenza grazie al decreto del Consejo dei Diese del 23 dicembre 1479 con il quale il sommo consesso ne ordinava la demolizione per motivi di ordine pubblico.

Terminata la completa ricostruzione dell’edificio che era iniziata nel 1678, la facciata ancora mancava, quando nel 1709, alla morte del dose Alvise II Mocenigo, un suo generoso legato permetteva di poterne avviare la realizzazione. Dei dodici progetti presentati venne scelto quello del ticinese Domenico Rossi, che suggeriva una soluzione classica legata alla tradizione palladiana, sebbene arricchita da abbondanti decorazioni scultoree.

Nel 1710, appena un anno dopo, la nuova facciata era terminata. Il prospetto, che appare in piena evidenza dal Canalasso, è ad un unico ordine con quattro alte colonne che sorreggono il timpano triangolare coronato da tre statue (la Fede col capo coperto, il Salvatore e la Speranza, tutte opera di Antonio Corradini) e con al centro un elaborato rosone marmoreo; negli interspazi laterali, oltre all’alta zoccolatura, statue in nicchia e riquadri al bassorilievo.

Al centro domina il grande portale affiancato da due colonne in rilievo e sormontato da un timpano interrotto per lasciar il posto ad un complesso statuario che in altezza raggiunge la trabeazione.

Le due strette e basse ali, leggermente arretrate, denunciano all’esterno l’esistenza delle cappelle laterali.

Interno:

L’originaria chiesa duecentesca presentava una planimetria interna suddivisa in cinque navate, con il tetto a capriate scoperte, il presbiterio e l’abside decorati certamente da mosaici.

Verosimilmente in epoca gotica fu aggiunto un grande coro ligneo costituito da numerosi stalli che, come d’uso, occupava lo spazio della navata centrale davanti al presbiterio. In questo periodo  le strutture della chiesa subì qualche restauro che però non alterò l’impostazione iniziale.

Nuove trasformazioni interne vennero intraprese alla fine del XVI secolo, ma riguardarono essenzialmente la parte decorativa interna, dunque più per un’esigenza estetica che per necessità strutturale. Venne rinnovato l’altar maggiore ma purtroppo demolito il coro ligneo i cui stalli furono collocati lungo le pareti del presbiterio. Le capriate del tetto furono nascoste da un soffitto che ospitava grandi dipinti ad olio racchiusi entro cornici dorate ed intagliate, secondo il gusto del tempo.

Le spese per gli abbellimenti furono sostenute dalle maggiori famiglie patrizie della contrada, ma anche dalle schole de devozion (Santissimo Sacramento, Santa Caterina, Assunta, San Stae) nonché dalle schola picola dei Tira e Battiloro, tutte con altare o cappella all’interno della chiesa.

A seguito della completa demolizione e ricostruzione dell’edificio, che iniziò nel 1678, l’interno cambiò radicalmente impostazione. Sotto gli evidenti influssi palladiani, l’interno è costituito da un’unica ampia navata rettangolare coperta da soffitto a volta, movimentata dalla profonda abside dell’altar maggiore e dalle cappelle laterali, tre per lato. Lo spazio lungo le pareti risulta scandito dalle robuste colonne poste su alti basamenti, che sostengono la trabeazione fortemente aggettante. Il vasto ambiente risulta molto luminoso grazie alle ampie finestre che si aprono lateralmente in corrispondenza di ogni cappella e del presbiterio.

Conclusa che fu la ricostruzione, mancavano però ancora gli altari, quando nel 1709, alla morte del dose Alvise II Mocenigo, un suo generoso legato permetteva la loro realizzazione che basandosi sul progetto di Domenico Rossi furono completati nel 1710.

 

Campanile:

Nella pianta del De’ Barberi realizzata nel 1500, sul lato destro della facciata, tra questa e le case, si nota la torre merlata del campanile alla quale mancava il tetto. Fu eretto nel corso del XIII secolo e di esso oggi rimane soltanto la scultura raffigurante un angelo, posta sopra il portale dell’attuale struttura.

Rinnovata per esigenze statiche tra la fine del XVII e i primi anni del XVIII secolo, la canna mantenne le lesene mentre invece la cella campanaria a bifore venne inserita tra due marcapiani e completata dal tetto quasi piano, a tegole con abbaino.

In ricordo dell’avvenuto risanamento, nel coronamento in stile barocco del portale venne incisa la data  “MDCCII”.

Oggi in condizioni abbastanza precarie, il campanile è utilizzato nella parte inferiore come abitazione.

Mancano le campane.

 

Bibliografia:

 

Umberto Franzoi / Dina Di Stefano

Le chiese di Venezia

Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo, Venezia 1975

 

Giulio Lorenzetti

Venezia e il suo estuario

Edizioni Lint, Trieste 1956

 

Tudy Sammartini / Daniele Resini

Campanili di Venezia

Edizioni Grafiche Vianello, Treviso 2002

 

 

 

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